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ARTICOLO SU GUIDA PSICOLOGI DEL 07.06.2017

Come facciamo a comprendere se quella sensazione che stiamo provando è una semplice tristezza transitoria o depressione?

Riconoscere di avere un problema e affidarsi a un professionista in caso di depressione è, ovviamente, estremamente importante. Ma altrettanto importante è non autoconvincersi di avere questo disturbo se in realtà non esiste. Per questo è fondamentale saper distinguere la tristezza passeggera dalla depressione vera e propria. Vi state chiedendo la ragione? È semplice: perché nel linguaggio comune questi due termini vengono spesso utilizzati come se fossero equivalenti pur non essendolo affatto.

Noi di GuidaPsicologi abbiamo deciso di fare chiarezza su quest’argomento, e per questo abbiamo intervistato il il dottor Matteo Monego.

Quali sono le differenze tra tristezza e depressione?

Anche se nel linguaggio comune queste parole vengono utilizzate come sinonimi, nella pratica clinica si riferiscono ad aspetti differenti.

La depressione è un disturbo psicologico che fa parte dei Disturbi dell’Umore e che, in alcune sue forme, necessita di un trattamento farmacologico da affiancare ad una psicoterapia. I sentimenti e le emozioni negative tipiche della depressione sono persistenti nel tempo, spesso slegati da avvenimenti e situazioni difficili, solitamente accompagnati da altri sintomi negativi come ad esempio difficoltà nel sonno, mancanza di energia per affrontare la giornata, apatia, ecc.

Ha quindi un quadro patologico ben definito che è stato classificato nel DSM: per poter fare una diagnosi di depressione è necessario che una serie di sintomi siano presenti da almeno 6 mesi.

La tristezza, invece, è un’emozione, un sentimento negativo considerato normale che solitamente appare come reazione ad un evento che la persona vive come difficile. Possono essere esempi le reazioni a lutti, a torti, a litigate…È quindi un’emozione passeggera che tenderà a passare con il tempo.

Certo, la tristezza è un sentimento tipico della depressione ma non va confuso con essa: essere tristi non è una patologia come invece lo è essere depressi. Attenzione quindi alla tentazione di sentirsi e descriversi come depressi quando stiamo attraversando un periodo triste!

Quali sono i sintomi della tristezza? E quali quella della depressione?

I sintomi della tristezza vanno dall’avere ogni tanto un umore triste alla perdita di interesse occasionale per quello che facciamo, da una scarsa voglia di fare, pur mantenendo un buon funzionamento dal punto di vista lavorativo e sociale, ad una ridotta fiducia nelle proprie capacità.

Questi sintomi hanno la caratteristica di non essere persistenti nel tempo e di essere legati ad un evento negativo che condiziona la vita del soggetto: è anche per questo motivo che la persona non perde fiducia nel futuro e presto sarà in grado di uscire da questo stato, ripristinando un umore migliore.

I sintomi della depressione, invece, vanno da un umore negativo per gran parte della giornata alla perdita di interesse per la maggior parte delle attività che riguardano il soggetto, da un senso costante di stanchezza alla fatica perenne che influisce pesantemente con l’attività lavorativa e sociale, da una difficoltà a concentrarsi e pensare ad un vissuto pieno di sensi di colpa spesso immotivati o eccessivi.

Questi sintomi hanno la caratteristica, a differenza della tristezza, di essere duraturi nel tempo, di essere spesso slegati da avvenimenti esterni con il risultato di essere poco comprensibili all’esterno e di portare la persona ad isolarsi sempre di più, perdendo fiducia nel futuro e nella possibilità di uscirne.

Si può essere tristi senza essere depressi?

La risposta a questa domanda è sì, si può essere tristi senza essere depressi. Posso essere triste dopo un’interrogazione scolastica non andata bene o dopo la fine di un rapporto o anche perché sono lontano dalla famiglia: questo non vuol dire però che io sia depresso. Il tempo e gli eventi sono in grado di cancellare questo sentimento e di riportare il soggetto ad un umore migliore.

È quello che succede solitamente nelle delusioni d’amore: vediamo un amico triste per la fine di un rapporto e a volte siamo portati a definirlo depresso; poi però incontra una persona nuova, si innamora e tutto rientra.

Tutto questo per una persona depressa non è realizzabile se non attraverso un adeguato supporto terapeutico e/o farmacologico.

Secondo te, perché spesso nel linguaggio comune questi due termini si usano come se fossero sinonimi?

Credo che questo accada perché sempre più il linguaggio clinico, grazie anche alla facilità di accesso alle informazioni dei giorni nostri, è entrato a far parte del linguaggio comune: la facilità di accesso a Internet ha aumentato la tendenza delle persone a fare autodiagnosi, magari basandosi solo su poche e a volte non corrette informazioni. Sempre più soggetti si presentano in studio definendosi in un modo o in un altro sulla base di quello che hanno letto. E così capita che un soggetto che è triste per un motivo qualsiasi si presenti descrivendo se stesso come un depresso.

Cosa posso fare se mi sento triste? Cosa posso fare affinché la tristezza non diventi depressione?

Credo che il fattore tempo sia fondamentale. Se mi sento triste devo capire a che cosa è legata questa tristezza per poi capire come risolvere il problema e tornare ad uno stato d’animo migliore. Non bisogna agitarsi subito e, allo stesso modo, è importante resistere alla tentazione di autodiagnosticarsi una depressione.

È importante avere un po’ di pazienza: se il soggetto si accorge che il sentimento di tristezza si protrae nel tempo e tende a slegarsi dal problema che ha causato un cambio di umore allora è il caso di consultare uno specialista.

Un percorso psicoterapeutico (e/o un aiuto farmacologico) può aiutare il soggetto depresso ad uscire dal “buio” tipico di questa patologia individuando i motivi del disagio e le dinamiche di pensiero e di comportamento che hanno generato tale sofferenza.