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ARTICOLO SU GUIDA PSICOLOGI DEL 19.04.2017

Vi ricorderete senza dubbio della vicenda che tanto ha fatto parlare poco più di due mesi fa: a Vasto, in provincia di Chieti, un uomo sparò a colui che aveva investito e ucciso e sua moglie. Ma come nasce il desiderio della vendetta?

«La passione della vendetta è talmente radicata in profondità, da essere sicuramente presente in tutti gli uomini», Erich Fromm.

Non è un argomento semplice, per questo ne abbiamo parlato con il dottor Matteo Monego.

  • Investì e uccise una donna. Dopo sette mesi il marito lo ammazza a colpi di pistola. Sapresti spiegarci da un punto di vista psicologico il desiderio di vendetta?

Il desiderio della rivalsa è uno dei sentimenti propri dell’essere umano: qualcuno ci arreca un torto e noi proviamo desiderio di vendicarci per restituire all’altro il danno, come fosse una sorta di compensazione. È un atteggiamento simile a quello descritto dalla “legge del taglione”, le cui prime tracce si trovano nel Codice di Hammurabi (XXI secolo A.C.): la pena per chi ha commesso un reato è spesso identica al danno subito.

Questo meccanismo arcaico è utilizzato dall’uomo inconsciamente per difendersi dalla sofferenza subita: il desiderio che l’altro subisca la stessa tipologia di danno, se non addirittura peggiore, è, nel proprio immaginario, l’unico modo per appagare il sentimento di “ripicca” che si è affacciato nei nostri pensieri, nonché il mezzo principale per riappropriarsi della serenità e dell’equilibrio emotivo di cui l’altro ci ha ingiustamente privato.

Credo che chiunque di noi, di fronte a quello che ritiene essere un torto subito, sviluppi una certa voglia di “regolare i conti”, anche se per brevi periodi, nel tentativo di ripristinare una situazione precedente a quanto accaduto. Queste sensazioni, dal punto di vista dell’intensità e della durata, dipenderanno strettamente dalle caratteristiche della personalità del soggetto: più si ha la tendenza a controllare le proprie emozioni e più i sentimenti di rabbia e vendetta saranno contenuti.

È quindi assolutamente normale provare sentimenti ed elaborare propositi di vendetta in casi simili: quello che invece rappresenta un problema è il perdurare di simili pensieri che alla lunga impediscono alla persona l’elaborazione e il superamento dell’accaduto.

  • E nella realizzarla, poi, si trova davvero la pace?

La risposta a questa domanda non è facile: credo che la vendetta difficilmente possa portare alla pace anche se, come già accennato, simili pensieri possono aiutare inizialmente ad elaborare il torto subito. La sensazione di pace dipende anche dal danno subito o ancor meglio dalla nostra percezione di gravità.

Nel caso in questione è difficile che l’attuazione porti in qualche modo ad una sensazione di pace, perché non è in grado di ripristinare uno stadio precedente al torto subito. La morte è qualcosa di definitivo e nessuna vendetta potrà riportare in vita la persona. Si rischia anzi di rimanere legati al bersaglio della nostra vendetta, in una sorta di dipendenza che vede la felicità personale direttamente proporzionale all’infelicità altrui, senza mai riuscire ad ottenere l’unica cosa che forse potrebbe portare la pace: il pentimento. Ci sono casi, inoltre, in cui, dopo aver agito la vendetta, la persona sperimenta sensi di colpa e in qualche modo si pente di averla messa in atto.

  • Possono il dolore e il rancore accecare tanto un individuo da fargli perdere la ragione?

Quando un essere umano prova un dolore molto forte entra in uno stato non tanto differente da quello della psicosi: perdiamo di lucidità, la razionalità lascia il posto all’emotività, non riusciamo più a vedere la realtà con gli occhi e la mente ma la viviamo attraverso le emozioni. Tutto questo può portare la persona a perdere di vista i valori che l’hanno sempre guidata, a non avvertire più alcuna necessità tranne quella di vendicarsi: la ferita che si è creata al suo interno provoca talmente tanto dolore da pensare che la violenza possa essere l’unica cura.

  • Perché in alcuni casi il dolore e la perdita si trasformano in ossessione?

In alcuni casi il dolore e la perdita diventano una tale ferita narcisistica che il pensiero si concentra ossessivamente sulla vendetta al fine di appagare un proprio senso di giustizia. Questo meccanismo è più facile che si sviluppi in soggetti con tendenze ossessive preesistenti o in soggetti che hanno vissuto il torto come invalidante e profondamente intaccante il Sé, come ad esempio in soggetti narcisistici.

Credo che il miglior modo per elaborare il lutto che un torto subito comporta sia quello di condividere le proprie emozioni e i propri pensieri, parlando e cercando un confronto con amici e parenti, e ascoltare punti di vista diversi dai propri. Non sentirsi isolati è fondamentale. È necessario del tempo per elaborare un torto e cercare modi diversi per riparare al danno. Questo non è sempre possibile anche perché dipende dall’atteggiamento di chi ci ha danneggiato e dalla sua volontà di “riparare” al danno inferto attraverso il pentimento. Va comunque detto che anche l’accettazione passiva non è sempre salutare: non avere la possibilità di riscattarsi può avere conseguenze sul piano somatico e sul tono dell’umore.

E allora? E allora è probabile che la strada migliore sia quella indicata dalla poetessa Alda Merini: “La miglior vendetta? La felicità! Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice!”… o almeno qualcosa che si avvicini.

  • Quando e perché è così difficile elaborare un lutto?

La scomparsa di una persona cara comporta necessariamente la ristrutturazione delle nostre aspettative e dei nostri progetti di vita. Questo processo di ridefinizione del nostro futuro comporta un notevole dispendio di energia psichica: quanto più il lutto riguarda una persona centrale per la nostra esistenza tanto più doloroso e difficile sarà abbandonare l’ideale di vita che ci eravamo costruiti. In questo senso, perdere un affetto importante significa necessariamente perdere anche quella parte di noi stessi a lui legata.