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ARTICOLO SU GUIDA PSICOLOGI DEL 10.11.2016

 

Ci sono momenti in cui le condotte altrui possono lasciarci totalmente disorientati, e questo succede quando i loro comportamenti appaiono del tutto indecifrabili dal nostro punto di vista. Vi siete mai chiesti perché alcuni individui hanno una certa personalità, senza però essere in grado di ottenere delle risposte?

C’è un presupposto di base dal quale partire: la nostra personalità non è una roccia inscalfibile e nemmeno perfettamente incisa. Quello che succede, in realtà, è che a volte in essa si possono contraddistinguere differenti stratificazioni e spaccature. E quelle stesse fessure possono essere così profonde da compromettere, alterare o ridurre a brandelli la nostra solidità. Succede la stessa cosa con la nostra personalità.

Determinate qualità, in alcuni disturbi, possono apparire non come anomalie bensì come caratteristiche regolari e consuete. È in quest’ultimo caso che possiamo parlare di quei fenomeni noti come Disturbi di Personalità.

Per fare chiarezza su un tema tanto delicato, abbiamo deciso d’intervistare il dottor Matteo Monego.

Da cosa sono caratterizzati i disturbi della personalità?

I disturbi di personalità sono modalità rigide e poco flessibili che alcune persone sviluppano nella loro vita e che investono il pensiero, l’emotività, i rapporti interpersonali e il comportamento. Il termine disturbo si riferisce alla modalità di sofferenza (clinicamente significativa) che tale modo di essere procura al soggetto.

Il DSM-IV ne dà questa definizione:

«Modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative culturali, è inflessibile e pervasivo, ha il suo esordio nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo, e porta a disagio o menomazione».

È bene non confondere il concetto di disturbo della personalità con quelli che, di norma, vengono definiti tratti della personalità: questi ultimi, infatti, sono ciò che caratterizza ciascuno di noi e non sono assolutamente disturbi, almeno fino a quando un determinato comportamento non sia fonte di sofferenza per il soggetto stesso. Per fare un esempio banale, essere una persona puntuale non è un disturbo della personalità almeno che non diventi una forma di ossessione che condiziona fortemente l’individuo o chi vive intorno a lui.

Tutti gli esseri viventi nel corso della loro vita elaborano strategie per risolvere situazioni complicate o gestire la socialità e i rapporti familiari: in genere, se la strategia nel tempo si dimostra non efficace sono disposta a cambiarla tentando altre soluzioni più adattive e adatte alla persona. Chi, invece, soffre di disturbi della personalità tende a porsi in maniera rigida e ripetitiva di fronte alle realtà e alle sue difficoltà, arrivando a compromettere i rapporti sociali e familiari pur di mantenere inalterata la propria personalità.

Tendenzialmente i soggetti con disturbi della personalità tendono a non essere consapevoli delle loro difficoltà e cercano di modificare la realtà problematica anziché chiedere aiuto e cercare di migliorare se stessi; questa inconsapevolezza non permette loro di decifrare correttamente il comportamento delle persone con cui si relazionano, relegate spesso al ruolo di “cattivi” per tenere se stesso in quello di “vittima”.

Clinicamente (DSM-IV) vengono suddivisi in tre aree.

1) Questo gruppo è caratterizzato da comportamenti di tipo paranoico o comunque “strano” che portano l’individuo a isolarsi; ne fanno parte il Disturbo paranoide di personalità, il Disturbo schizoide di personalità e il Disturbo schizotipico di personalità.

2) In questo secondo gruppo sono stati inseriti i disturbi emotivi con tendenza alla drammatizzazione dell’individuo; ne fanno parte il Disturbo antisociale di personalità, il Disturbo narcisistico di personalità, il Disturbo istrionico di personalità e il Disturbo borderline di personalità.

3) Il terzo gruppo è caratterizzato da comportamenti ansiosi e fobici che denotano individui con bassa autostima; ne fanno parte il Disturbo evitante di personalità, il Disturbo dipendente di personalità e il Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.

Altri disturbi della personalità che non possono essere classificati all’interno di questi tre gruppi vengono definiti come “Non Altrimenti Specificato”.

Quando si manifestano?

I disturbi di personalità possono manifestarsi fin dall’infanzia ma, per una diagnosi attendibile, è corretto aspettare l’età adulta per non confonderli con comportamenti “bizzarri” dovuti a influenze ormonali tipiche della crescita: detto in altre parole, un particolare comportamento può essere considerato tipico dell’età in un adolescente, mentre lo stesso ragionamento non si può fare per un soggetto in età adulta.

Ad oggi c’è ancora molto dibattito tra gli esperti circa la causa di queste patologie: per alcuni l’origine va ricercata nell’infanzia mentre per altri le cause sono di tipo genetico.

Potremmo ritenere vere entrambe le posizioni: si tratta di disturbi che affondano le loro radici nei primi anni di vita e/o dell’adolescenza e che si alimentano anche della personalità del soggetto nonché della pressione esercitata dal mondo circostante.

Com’è possibile individuarli? Quali sono i sintomi?

Come dicevamo, difficilmente un soggetto affetto da disturbo della personalità ne è consapevole, e per questo motivo difficilmente chiederà aiuto. Quello che accade di frequente è che si rivolgano ad uno specialista per una serie di sintomi apparentemente slegati dal problema: ansia, depressione, dipendenza da sostanze sono alcuni dei problemi che possono portare una persona a chiedere aiuto.

A volta è la famiglia a creare pressioni sul soggetto mentre altre volte è l’ambiente lavorativo a farlo: in altre parole, è il contesto, esasperato da comportamenti “strani”, a premere sull’individuo affinché chieda aiuto.

Perché il modo di percepire la realtà si compromette così radicalmente?

Credo che una possibile spiegazione vada ricercata nel tempo: questa modalità comportamentale, così rigida e refrattaria al cambiamento, si è consolidata negli anni rendendo molto difficoltoso per il soggetto capire il proprio comportamento nonché le cause che lo mantengono. In fondo per la mente umana, bisognosa di uniformità, sarebbe inaccettabile leggere una serie di “dissonanze” con il mondo circostante come frutto di un comportamento sbagliato. Meglio allora stravolgere la realtà e mantenere il proprio comportamento e pensiero, scaricando all’esterno tutti i motivi di insoddisfazione. «Sono gli altri che ce l’hanno con me, sono i parenti che mi odiano, sono i colleghi che sono invidiosi».

Quali sono le possibili cure?

A parte trattamenti farmacologici, utili soprattutto ad alleviare i sintomi più che a modificare la personalità, negli ultimi anni ha preso sempre più corpo l’idea che anche la psicoterapia possa fornire un valido aiuto.

La psicoterapia per soggetti con disturbi della personalità dovrebbe porsi come obiettivo quello di renderli coscienti dei conflitti inconsci che causano in tutto o in parte i sintomi, di diventare più flessibili, ammorbidendo gli schemi comportamentali e adattandosi meglio al mondo circostante. Attraverso questo percorso il soggetto riuscirà a riconoscere meglio gli effetti del proprio comportamento sugli altri anziché continuare a incolparli di ogni sua frustrazione.

Tra le varie tipologie, ce n’è qualcuna più “pericolosa” o preoccupante di altre?

Non è facile rispondere a questa domanda: dal mio punto di vista quello che può essere preoccupante non è mai la diagnosi ma è la persona. Non ci sono disturbi della personalità che necessariamente mi preoccupano più di altri: è solo il soggetto che mi può aiutare a capire se e quali strade potremo prendere e se e come sarà in mio potere aiutarlo.

Detto questo a volte ad essere preoccupante non è tanto il disturbo in sé ma soprattutto i sintomi che lo accompagnano: forme di dipendenza, di depressione o di forte ansia per citarne solo alcuni, rappresentano ostacoli non sempre facili da superare. E qui sicuramente mi preoccupa di più chi ha una forte dipendenza da sostanze o da cibo piuttosto che una persona con una forte ansia. Quella che resta sempre la sfida interessante è aiutare un soggetto con un disturbo di personalità a diventare un po’ alla volta consapevole delle proprie emozioni e di conseguenza dei propri comportamenti.